- Mettiti quelle ciabatte, insomma! Quante volte devo ripeterlo?
- Ma mamma, dove sono?
- DOVE SONO? Ma come, sono tre anni che vivi in questa casa, dovresti sapere qual è il posto delle tue ciabatte.
- Si, ma sono tre anni che non me le metto!
mercoledì 29 settembre 2010
lunedì 27 settembre 2010
Numerologia
- Mamma, che numero è il SEI NOVE?
- Il SESSANTANOVE? Beh...è un ...ehm...bel numero...perché me lo chiedi?
- No, così.
- Scusa ma dove l'hai visto?
- Sono le superstelle di SuperMario!
- Aaaaaaaaaaaaah!
- Il SESSANTANOVE? Beh...è un ...ehm...bel numero...perché me lo chiedi?
- No, così.
- Scusa ma dove l'hai visto?
- Sono le superstelle di SuperMario!
- Aaaaaaaaaaaaah!
mercoledì 22 settembre 2010
Coccinelle e desideri
Lunedì pomeriggio.
Sole. Caldo. Giardino.
Il mio gnomo arriva, festoso, con una coccinella sul dito.
Per tradizione familiare, ogni volta che liberiamo una coccinella (dall'annegamento in piscina o da qualsiasi altra situazione di vero o presunto pericolo), esprimiamo un desiderio, nella folkloristica credenza che la coccinella porti bene.
- Mamma, hai esprimuto un desiderio?
- Si dice espresso, comunque sì, tesoro.
- E che desiderio hai esprimu..espresso?
- Che i miei bambini stiano sempre bene.
- Tutto qui?- fa lui, deluso.
- Non è mica poco, sai?- dico io, pensando che la scuola è iniziata già da DUE settimane, e toccando ferro.
- Ma, tu, piuttosto...Qual è il tuo desiderio?
E lui, illuminandosi:
- Di poter sempre giocare con Super Mario!!
Mercoledì pomeriggio.
Alessandro ha mal di gola e febbre. E' stato, ovviamente, a casa da scuola.
Io non ho, ovviamente, potuto lavorare. Quindi, ovviamente, lavorerò stanotte.
E, ovviamente, salteranno i miei progetti per piccole goduriose retate di shopping solitario,
sospirate almeno da 17 mesi, ovvero dalla nascita della Polpetta.
Azzzzzzz.
Ma allo gnomo non è andata meglio.
Prima ha perso Luigi (fratello di Mario). E oggi, complici la sorella e il microcane della nonna,
è sparito anche il suo adorato (e costosissimo) pupazzetto SuperMario.
Il secondo SuperMario perso in 2 settimane.
Maledetta coccinella, la prossima volta mica ti salviamo, eh!!
Sole. Caldo. Giardino.
Il mio gnomo arriva, festoso, con una coccinella sul dito.
Per tradizione familiare, ogni volta che liberiamo una coccinella (dall'annegamento in piscina o da qualsiasi altra situazione di vero o presunto pericolo), esprimiamo un desiderio, nella folkloristica credenza che la coccinella porti bene.
- Mamma, hai esprimuto un desiderio?
- Si dice espresso, comunque sì, tesoro.
- E che desiderio hai esprimu..espresso?
- Che i miei bambini stiano sempre bene.
- Tutto qui?- fa lui, deluso.
- Non è mica poco, sai?- dico io, pensando che la scuola è iniziata già da DUE settimane, e toccando ferro.
- Ma, tu, piuttosto...Qual è il tuo desiderio?
E lui, illuminandosi:
- Di poter sempre giocare con Super Mario!!
Mercoledì pomeriggio.
Alessandro ha mal di gola e febbre. E' stato, ovviamente, a casa da scuola.
Io non ho, ovviamente, potuto lavorare. Quindi, ovviamente, lavorerò stanotte.
E, ovviamente, salteranno i miei progetti per piccole goduriose retate di shopping solitario,
sospirate almeno da 17 mesi, ovvero dalla nascita della Polpetta.
Azzzzzzz.
Ma allo gnomo non è andata meglio.
Prima ha perso Luigi (fratello di Mario). E oggi, complici la sorella e il microcane della nonna,
è sparito anche il suo adorato (e costosissimo) pupazzetto SuperMario.
Il secondo SuperMario perso in 2 settimane.
Maledetta coccinella, la prossima volta mica ti salviamo, eh!!
domenica 19 settembre 2010
Il paggetto
- Sei elegantissimo, sembri quasi tu lo sposo!
Sto aggiustando il cravattino al mio primogenito che, fra poco, aprirà il corteo nunziale d'ingresso
con il delicatissimo compito di portare il cuscino delle fedi.
Si sposa uno dei due zii Andrei.
- Ma un giorno sarò io lo sposo, mamma?
- Certo, amore!
- Che bello! Però c'è un problema.
- Che problema?
- Come faccio a scegliere una sola sposa tra tutte le mie fidanzate?
Sto aggiustando il cravattino al mio primogenito che, fra poco, aprirà il corteo nunziale d'ingresso
con il delicatissimo compito di portare il cuscino delle fedi.
Si sposa uno dei due zii Andrei.
- Ma un giorno sarò io lo sposo, mamma?
- Certo, amore!
- Che bello! Però c'è un problema.
- Che problema?
- Come faccio a scegliere una sola sposa tra tutte le mie fidanzate?
domenica 12 settembre 2010
venerdì 10 settembre 2010
Dolore e sollievo: cronaca di una svolta
MAAAAAAMMMMAAAAAAAAAAAAA!!! UUUAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAHHHHHHHH!
C'è un momento della vita in cui si concentrano tutte le ambivalenze e le opposte emozioni della maternità, ti scoppiano dentro un dolore animale insopprimibile e, allo stesso tempo,
l'ebbrezza mentale della ritrovata libertà.
E' il momento in cui, dopo qualche giorno di "inserimento", il tuo bambino urlante ti viene strappato dalle braccia da un'educatrice carina ma ancora estranea. Le urla di disperazione fanno vibrare i vetri, e ti rimbombano nelle orecchie e nel cuore come pugnalate, mentre guidi con gli occhi annegati nelle lacrime e raggiungi una casa insopportabilmente piena di oggetti e vuota del piccolo tiranno.
Davanti a te cinque, lunghe, fantastiche ore senza interruzioni.
Senza culi da smerdare, senza allattare, senza pappe da cucinare, senza cucine da ripulire, senza capricci da sedare.
Cinque ore in cui potrai fare quello che vuoi: mettere mano alla montagna di lavoro arretrato,
recuperare tutto lo shopping represso, ascoltare i PinkFloyd e non la Casetta in Canadà,
persino fare un intero cambio di stagioni (solitamente dilazionato in 27 microsessioni di lavoro).
Puoi ritornare ad essere donna e non solo mamma, lavoratrice (seria) e non solo nutrice,
una persona e non soprattutto una genitrice.
Evviva! Quanto hai atteso questo momento?
Da quando barcollavi con una enorme panza lustrando il nido vuoto in attesa del lieto evento.
DICIASSETTE MESI FA.
Ma, ancora una volta, l'istinto animale prevale sulla logica, sulla produttività, sulle esigenze sociali e personali. C'è qualcosa di violento e contro-natura nel pagare qualcuno (profumatamente)
perché ti strappi di dosso la tua creatura disperata.
Ecco perché non riesci (ancora) a goderti la libertà ritrovata, ma subisci, emotivamente, le conseguenze dell'essere madre all'epoca della cosiddetta "emancipazione femminile".
Ti senti una merda. Schiacciata da inevitabili ed atavici sensi di colpa.
Poi passa, lo so.
La razionalità prevarrà sul cuoredimamma.
Il cucciolo si adatterà. Forse sta già giocando felice, mentre tu ti struggi.
Perché la vita non procede a ritroso e non perde tempo con ieri.
Tu riprenderai in mano la tua vita, la tua carriera. (Forse anche le dimensioni del tuo sederone
riuscendo, dopo sette anni a tornare in palestra). E questo farà bene alla tua serenità, alla tua vita di coppia, e, in definitiva, anche al cucciolo stesso.
La prima ora è quasi passata e, dopo aver esternato, stai un pelino meglio.
Life goes on.
(*) I FIGLI ( da Il Profeta di Kahlil Gibran)
C'è un momento della vita in cui si concentrano tutte le ambivalenze e le opposte emozioni della maternità, ti scoppiano dentro un dolore animale insopprimibile e, allo stesso tempo,
l'ebbrezza mentale della ritrovata libertà.
E' il momento in cui, dopo qualche giorno di "inserimento", il tuo bambino urlante ti viene strappato dalle braccia da un'educatrice carina ma ancora estranea. Le urla di disperazione fanno vibrare i vetri, e ti rimbombano nelle orecchie e nel cuore come pugnalate, mentre guidi con gli occhi annegati nelle lacrime e raggiungi una casa insopportabilmente piena di oggetti e vuota del piccolo tiranno.
Davanti a te cinque, lunghe, fantastiche ore senza interruzioni.
Senza culi da smerdare, senza allattare, senza pappe da cucinare, senza cucine da ripulire, senza capricci da sedare.
Cinque ore in cui potrai fare quello che vuoi: mettere mano alla montagna di lavoro arretrato,
recuperare tutto lo shopping represso, ascoltare i PinkFloyd e non la Casetta in Canadà,
persino fare un intero cambio di stagioni (solitamente dilazionato in 27 microsessioni di lavoro).
Puoi ritornare ad essere donna e non solo mamma, lavoratrice (seria) e non solo nutrice,
una persona e non soprattutto una genitrice.
Evviva! Quanto hai atteso questo momento?
Da quando barcollavi con una enorme panza lustrando il nido vuoto in attesa del lieto evento.
DICIASSETTE MESI FA.
Ma, ancora una volta, l'istinto animale prevale sulla logica, sulla produttività, sulle esigenze sociali e personali. C'è qualcosa di violento e contro-natura nel pagare qualcuno (profumatamente)
perché ti strappi di dosso la tua creatura disperata.
Ecco perché non riesci (ancora) a goderti la libertà ritrovata, ma subisci, emotivamente, le conseguenze dell'essere madre all'epoca della cosiddetta "emancipazione femminile".
Ti senti una merda. Schiacciata da inevitabili ed atavici sensi di colpa.
Poi passa, lo so.
La razionalità prevarrà sul cuoredimamma.
Il cucciolo si adatterà. Forse sta già giocando felice, mentre tu ti struggi.
Perché la vita non procede a ritroso e non perde tempo con ieri.
Voi siete gli archi dai quali i vostri figli sono lanciati come frecce viventi (*).
La lontananza farà bene ad entrambi.Crescerà, imparerà a star bene anche fuori dal marsupio, sarà sempre più autonoma e sicura di sé.
Passerete meno tempo insieme ma di migliore qualità.Tu riprenderai in mano la tua vita, la tua carriera. (Forse anche le dimensioni del tuo sederone
riuscendo, dopo sette anni a tornare in palestra). E questo farà bene alla tua serenità, alla tua vita di coppia, e, in definitiva, anche al cucciolo stesso.
La prima ora è quasi passata e, dopo aver esternato, stai un pelino meglio.
Life goes on.
(*) I FIGLI ( da Il Profeta di Kahlil Gibran)
I vostri figli non sono i vostri figli.
Sono i figli e le figlie della brama che la Vita ha di sé.
Essi non provengono da voi, ma per tramite vostro,
E benché stiano con voi non vi appartengono.
Potete dar loro il vostro amore ma non i vostri pensieri,
Perché essi hanno i propri pensieri.
Potete alloggiare i loro corpi ma non le loro anime,
Perché le loro anime abitano nella casa del domani, che voi non potete visitare, neppure in sogno.
Potete sforzarvi d'essere simili a loro, ma non cercate di renderli simili a voi.
Perché la vita non procede a ritroso e non perde tempo con ieri.
Voi siete gli archi dai quali i vostri figli sono lanciati come frecce viventi.
L'Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell'infinito,
e con la Sua forza vi tende affinché le Sue frecce vadano rapide e lontane.
Fatevi tendere con gioia dalla mano dell'Arciere;
Perché se Egli ama la freccia che vola, ama ugualmente l'arco che sta saldo.
domenica 5 settembre 2010
Settembre, andiamo.
Nei miei ultimi 30 anni di vita, settembre è sempre stato un mese di rinascita, di emozioni. Di migrazioni e di cambiamenti.
Per tutti gli anni della scuola il mio settembre era segnato dalla fine della lunga noia d'agosto e dall'eccitazione dei preparativi per la scuola. Da animale profondamente sociale e da brava scolara, a scuola sono sempre tornata volentieri. Diligentemente sniffavo e ricoprivo i libri nuovi. Sverginavo il mitico diario, un facebook ante-litteram, teatro di dediche e tramini tra compagni.
Nel periodo dell'università, subito dopo gli esami d'inizio settembre, iniziava una fitta programmazione sociale: amici, morosi, feste, palestra, corsi su corsi, dal disegno al latino americano, dal volontariato ospedaliero all'educazione alimentare. Settembre era segnato dai buoni propositi che sarebbero stati dimenticati entro Halloween: stare a dieta, studiare un pò per volta per evitare le maratone pre-esame, allenarsi di più, spendere di meno. Iniziavano gli anni più intensi ed edonisti della mia gioventù.
Nel settembre dei miei 24 anni partii per il mio lungo soggiorno-stage in Turchia. Lasciavo a casa l'infanzia, le comodità e una madre disperata a piangere tutte le sue lacrime (con la scusa dei funerali di Lady Diana).
Nel settembre dell'anno dopo tornai definitivamente dalla Turchia, abbandonando sul Bosforo un fidanzato turco e l'ansia di dover dimostrare qualcosa a mai madre (e al mondo). Giusto in tempo per laurearmi brillantemente e dimostrare a mio padre che fin lì non avevo (solo) cazzeggiato.
Nel settembre successivo tiravo le somme del mio primo anno di lavoro, che, grazie ai buoni guadagni e al molto tempo libero mi aveva permesso di condurre un'esistenza frenetica e sfrenata di cazzeggio gaudente (finalmente privo di sensi di colpa!), fatto di viaggi, amici, associazioni internazionali. Quel mese pensai che mi sarebbe piaciuto avere una storia seria, ma conclusi che non poteva esistere un uomo compatibile con le mie aspirazioni. Senza sapere che, di lì a pochi giorni avrei incontrato quello che sarebbe diventato l'uomo della mia vita.
Tre settembri dopo, promisi solennemente a quell'uomo di amarlo e di essergli fedele per tutta la vita. E lo feci esattamente come avevo giurato di non fare: chiesa, abito bianco, 111 invitati. Ero pazza di felicità e nulla mi pareva abbastanza per celebrare in modo trionfale il nostro amore e quello che mi sembrava un punto di arrivo.
Nel settembre di quattro anni fa, iniziai a vivere il mese del "back to school" da un nuovo punto di vista: quello della mamma. E da allora, ogni primo giorno di scuola è un pò anche il mio. Solo che non sono più l'interprete principale, ma l'attrice non protagonista. Quella che sta dietro le quinte: iscrive, scarrozza, compra, porta, partecipa, saluta, sbircia e poi si lascia alle spalle il cancello della scuola, a volte con il nodo alla gola.
Indimenticabile il groviglio di emozioni dei primi giorni di nido: il mio cucciolo uno "scolaro"! Finalmente ero LIBERA! Avevo 5 lunghissime ore senza mio figlio aggrappato addosso! Potevo tornare a lavorare un numero decente di ore! Yuppi! Ma perché, allora, piangevo lacrime copiose? Perché ogni separazione era straziante e il pensiero di "come stava" non mi abbandonava mai?
Settembre 2010. Fa ancora caldo ma il calendario è implacabile. Sacchetti, bavagli e salviette sono pronti.
Domani il mio bambino inizia il suo ultimo anno di scuola materna.
Un ultimo anno di totale spensieratezza, anche se le difficoltà ci sono a tutte le età, e anche il mio ometto deve affrontare le sue. Sempre più secco e alto, sempre più arguto e assetato di esperienze e di stimoli. "Mamma, non voglio crescere" mi ha detto questa sera, il mio piccolo Peter Pan. Non ho potuto fare a meno di narrargli tutti gli infiniti privilegi di chi è grande, stendendo un pietoso velo su tutte le ben più infinite fregature. "Ma io cosa farò da grande?" mi ha chiesto. "Quello che ti renderà felice", ho risposto, proponendo una rosa di professioni prestigiose, da brava mamma. Il dottore, l'ingegnere, lo scienziato..."Io voglio essere un papà. Un papà che gioca con il suo bambino", mi ha risposto, trasmettendomi tutta la gioia di avere un padre che gli si dedica e che gioca con lui senza risparmiarsi, e tornando magicamente bambino.
Domani la mia bambina inizia il suo primo anno di asilo nido.
Non sono più (e non sarò mai più) mamma di un bambino neonato. Basta tetta selvaggia, basta infinite giornate a sua disposizione, basta salti mortali per poter lavorare in pace, per poter fare la spesa, per poter stare da sola almeno al cesso. Dopo due lunghissimi mesi di totale dedizione estiva ai figli ho atteso questa svolta come una boccata di ossigeno. Ma, avvicinandosi la data fatidica, è successo un piccolo miracolo. La nana stalker protovelina in una settimana è come sbocciata. Ha acquistato la stazione eretta e ha iniziato a camminare, ora dopo ora sempre più sciolta. Cammina con le mani sollevate, per proteggersi dai continui capitomboli, e con una luce magica negli occhi. Lo sguardo orgoglioso di chi non si capacita di quanto è bravo, di quanto è grande. Cammina sorridendo, si nasconde dietro un muro e poi spunta fuori facendo BUH. Ride giuliva come per dire: Vedi, mamma, come sono brava? Vedi come mi diverto? Mi sembra all'improvviso più felice, più simpatica. Si sono annullati i pianti capricciosi e stizziti, va a letto senza storie, dorme senza interruzione. E, quando si sveglia non piange più, ma chiama "Mamma!" ininterrottamente finché non mi vede comparire e mi saluta con un sorriso a 10 denti. Sembra proprio pronta per spiccare il suo primo, piccolo volo.
Dannata ambivalenza materna! Perché non posso semplicemente essere felice ed emozionata pregustandomi i cambiamenti dei prossimi giorni? Perché se da un lato sono sollevata...dall'altro non posso fare a meno di provare inquietudine e un pò di malinconia?
Mi rimbombano in testa gli auguri dello zio Bob, che, quando diventai mamma mi scrisse:
Benvenuti nel treno dei genitori!
ATTENZIONE! E' un treno VELOCISSIMO; non si ferma quasi mai e da' pochissimo tempo per guardarsi indietro. Quindi non vi distraete troppo, ma guardate bene dal finestrino il paesaggio che cambia cosi'
velocemente e senza ripetersi mai.
martedì 31 agosto 2010
So' ragazzi....
SBOOOONG PAM Aiaaaaaa BUM Fermati, maledetto! Adesso devi arrenderti!
BENG SBANG POOOOOOPI POPI Corri Federico, ora la sconfiggiamo, tua sorella!
Ma uffaaaaaaa ma loro non mi fanno giocare!! SBANG Aiaaaa Ueeeeehhhh Ma lui mi ha fatto maleeeeee!!! NOOOOOO BANG Lui mi ha tirato i capelli!! No è stata lei che ha iniziato!!! BUUUUUUM Lasciatemi entrare nella casetta!! Mammmaaaaaaaaa!!!
Esterno giorno.
Tiepido pomeriggio di fine estate.
Sotto il portico di casa mia quattro nani trai 5 e i 7 anni, tra cui il mio primogenito, si stanno ricorrendo,
prendendo a mazzuolate, tirando oggetti e stanno producendo 100 decibel di inquinamento acustico
tra trombette, urla acutissime, sbattimenti di oggetti.
No, i quattro non si odiano. Anzi, chiedono spesso di poter giocare insieme.
A poca distanza, la mia secondogenita, dopo aver spazzolato avanzi di patatine dai piattini di carta,
decide di muovere i suoi tenerissimi e barcollanti primi passi (cammina da pochi giorni)
in mezzo alla guerriglia, tra ruspe che volano e rastrelli usati a 'mo di spada.
Un suo quasi coetaneo identico a JackJack degli Incredibili sta nel prato e si ciuccia palline impolverate
dalla cesta dei giochi.
Nonostante il caos (e i vicini che chiudono le persiane in modo sospetto) è per me un bel momento.
I 4 nani extra sono, infatti, accompagnati dalle loro mamme, con le quali condivido una surreale
ma piacevole conversazione.
Si salta di palo in frasca, tra continue interruzioni e sporadici interventi per
sedare la sommossa. Ci si confronta, si scambiano esperienze, ricette, commenti sui reciproci vestiti,
informazioni sul lavoro, sugli eventi mondani del paese (come, ad esempio, l'imminente inaugurazione del nuovo supermercato, con ricchi premi e cotillon). Qualche pettegolezzo di quelli soft.
Si asciugano moccoli, si mettono cerotti, si raccolgono mutande e patatine, e intanto si organizzano incontri, si pianificano ritorni in piscina, si dibatte di attualità, e si avanzano proposte (te lo presto io quel libro, ti do un pò di omogeneizzati che io non uso più) che poi finiranno dimenticate, tra un urlo e un altro.
Ovviamente l'incontro non ha nulla a che vedere con i piacevolissimi meeting "sole donne"(altrimenti noti come "le cene delle galline"), poiché ha, come obiettivo primario "far giocare insieme i bambini".
Ma l'obiettivo secondario ("scambiare due parole tra di noi e sottrarci alla infinita noia degli infiniti pomeriggi delle infinite estati con i bambini") è pienamente raggiunto.
La solidarietà mammesca funziona.
La condivisione rinfranca. Rallegra. Alleggerisce. Fa viaggiare veloce la lancetta dell'orologio.
Quando le mamme sono anche persone carine come le mie amiche,
i giocattoli tornano magicamente nei cestoni e la merenda viene sparecchiata in un battibaleno.
Quando il cancello si chiude, cala il silenzio,
e mi ritrovo rintronata, ma più felice. Meno sola.
I miei nani continuano a giocare.
"Mi puoi spiegare una cosa" chiedo al mio primogenito.
"Ti trovi bene con i tuoi amici? Sei contento se vengono qua?"
"Certo, mamma!" fa lui, sgranando gli occhioni.
"Ma allora perché vi pestate tutto il tempo e vi fate mille dispetti?"
"Perché siamo dei bambini, mamma!" sospira lui, probabilmente pensando "Mi sembra ovvio.
Ti devo spiegare proprio tutto eh!".
Eh già....chettelochiedoafare!
BENG SBANG POOOOOOPI POPI Corri Federico, ora la sconfiggiamo, tua sorella!
Ma uffaaaaaaa ma loro non mi fanno giocare!! SBANG Aiaaaa Ueeeeehhhh Ma lui mi ha fatto maleeeeee!!! NOOOOOO BANG Lui mi ha tirato i capelli!! No è stata lei che ha iniziato!!! BUUUUUUM Lasciatemi entrare nella casetta!! Mammmaaaaaaaaa!!!
Esterno giorno.
Tiepido pomeriggio di fine estate.
Sotto il portico di casa mia quattro nani trai 5 e i 7 anni, tra cui il mio primogenito, si stanno ricorrendo,
prendendo a mazzuolate, tirando oggetti e stanno producendo 100 decibel di inquinamento acustico
tra trombette, urla acutissime, sbattimenti di oggetti.
No, i quattro non si odiano. Anzi, chiedono spesso di poter giocare insieme.
A poca distanza, la mia secondogenita, dopo aver spazzolato avanzi di patatine dai piattini di carta,
decide di muovere i suoi tenerissimi e barcollanti primi passi (cammina da pochi giorni)
in mezzo alla guerriglia, tra ruspe che volano e rastrelli usati a 'mo di spada.
Un suo quasi coetaneo identico a JackJack degli Incredibili sta nel prato e si ciuccia palline impolverate
dalla cesta dei giochi.
Nonostante il caos (e i vicini che chiudono le persiane in modo sospetto) è per me un bel momento.
I 4 nani extra sono, infatti, accompagnati dalle loro mamme, con le quali condivido una surreale
ma piacevole conversazione.
Si salta di palo in frasca, tra continue interruzioni e sporadici interventi per
sedare la sommossa. Ci si confronta, si scambiano esperienze, ricette, commenti sui reciproci vestiti,
informazioni sul lavoro, sugli eventi mondani del paese (come, ad esempio, l'imminente inaugurazione del nuovo supermercato, con ricchi premi e cotillon). Qualche pettegolezzo di quelli soft.
Si asciugano moccoli, si mettono cerotti, si raccolgono mutande e patatine, e intanto si organizzano incontri, si pianificano ritorni in piscina, si dibatte di attualità, e si avanzano proposte (te lo presto io quel libro, ti do un pò di omogeneizzati che io non uso più) che poi finiranno dimenticate, tra un urlo e un altro.
Ovviamente l'incontro non ha nulla a che vedere con i piacevolissimi meeting "sole donne"(altrimenti noti come "le cene delle galline"), poiché ha, come obiettivo primario "far giocare insieme i bambini".
Ma l'obiettivo secondario ("scambiare due parole tra di noi e sottrarci alla infinita noia degli infiniti pomeriggi delle infinite estati con i bambini") è pienamente raggiunto.
La solidarietà mammesca funziona.
La condivisione rinfranca. Rallegra. Alleggerisce. Fa viaggiare veloce la lancetta dell'orologio.
Quando le mamme sono anche persone carine come le mie amiche,
i giocattoli tornano magicamente nei cestoni e la merenda viene sparecchiata in un battibaleno.
Quando il cancello si chiude, cala il silenzio,
e mi ritrovo rintronata, ma più felice. Meno sola.
I miei nani continuano a giocare.
"Mi puoi spiegare una cosa" chiedo al mio primogenito.
"Ti trovi bene con i tuoi amici? Sei contento se vengono qua?"
"Certo, mamma!" fa lui, sgranando gli occhioni.
"Ma allora perché vi pestate tutto il tempo e vi fate mille dispetti?"
"Perché siamo dei bambini, mamma!" sospira lui, probabilmente pensando "Mi sembra ovvio.
Ti devo spiegare proprio tutto eh!".
Eh già....chettelochiedoafare!
domenica 29 agosto 2010
L'Assistente Civico
Ho la fortuna di vivere nel verde, con un grande giardino, a due passi dalla piscina dei suoceri, dai loro animali, dall'orto, dal fiume, dal bosco, dalla pista ciclabile e a pochi chilometri dal lago.
Ma anche in paradiso ci si annoia, senza buona compagnia.
E, dato il mio animo fondamentalmente metropolitano,
subisco il fascino dei parchi pubblici cittadini.
Come quello dove abbiamo portato i nani oggi pomeriggio, in una delle rare occasioni in cui andiamo in città durante il fine settimana.
Io sono cresciuta in un parco pubblico, anche se era brutto, spoglio e privo di giochi.
Ma bastava scendere "giù ai giardinetti" e trovavi qualcuno con cui giocare.
Ore e ore a rincorrerci dietro i cespugli, a saltare tra le panchine di cemento,
mentre le mamme si stordivano di chiacchiere femminili e lenivano le rispettive solitudini.
Successivamente, ho frequentato i parchi pubblici
con i compagni di scuola, con gli amici, con qualche moroso. A volte per studiare e più spesso per giocare a palla, ascoltare la musica nel walkman, intessere grovigli sentimentali e amicali, pomiciare dietro ad un albero, respirare scampoli di libertà (soprattutto nelle mattine in cui si "bruciava la scuola". No, mai stata piromane, è solo il modo locale per indicare l'atto di saltare deliberatamente le lezioni!).
Adesso, qualche rara volta, ai parchi cittadini ci porto i miei bambini.
Al parco puoi mangiare il gelato al chiosco (e sembra più buono di quello tirato fuori dal freezer a casa).
Giocare a nascondino tra gli alberi. Sbirciare l'interazione trai nani e i loro pari-grado.
Scambiare due parole con altri genitori. Incontrare dei vecchi compagni di università (per stupirti della loro barba ingrigita). Lasciare che i nani si sfiniscano sui loro giochi preferiti e si bagnino tutti alla fontanella. Buttare un occhio distratto alle papere e alle tartarughe nello stagno.
Ma la mia attività preferita al parco è respirare l'atmosfera rilassata e giocosa,
e godermi lo spettacolo della varia umanità che lo anima.
I vecchietti in ciabatte che giocano a carte sul tavolo da pic nic di legno sputando e urlando tra di loro.
La sciuretta bene, bella abbronzata che porta a spasso un microcane griffato e i suoi molti brilli.
Gli innamorati pazzi "che vivono il più bello degli amori, gli occhi traboccanti" (cfr. Baglioni).
La famiglia di pachistani che bivacca su un plaid di 4 metri quadrati mangiando riso al curry per merenda.
I padroni dei cani che si incontrano e fanno benchmarking (il suo quanto ha? che razza è? come si chiama? No, Fufi, lascia stare Gastone!).
Ma anche in paradiso ci si annoia, senza buona compagnia.
E, dato il mio animo fondamentalmente metropolitano,
subisco il fascino dei parchi pubblici cittadini.
Come quello dove abbiamo portato i nani oggi pomeriggio, in una delle rare occasioni in cui andiamo in città durante il fine settimana.
Io sono cresciuta in un parco pubblico, anche se era brutto, spoglio e privo di giochi.
Ma bastava scendere "giù ai giardinetti" e trovavi qualcuno con cui giocare.
Ore e ore a rincorrerci dietro i cespugli, a saltare tra le panchine di cemento,
mentre le mamme si stordivano di chiacchiere femminili e lenivano le rispettive solitudini.
Successivamente, ho frequentato i parchi pubblici
con i compagni di scuola, con gli amici, con qualche moroso. A volte per studiare e più spesso per giocare a palla, ascoltare la musica nel walkman, intessere grovigli sentimentali e amicali, pomiciare dietro ad un albero, respirare scampoli di libertà (soprattutto nelle mattine in cui si "bruciava la scuola". No, mai stata piromane, è solo il modo locale per indicare l'atto di saltare deliberatamente le lezioni!).
Adesso, qualche rara volta, ai parchi cittadini ci porto i miei bambini.
Al parco puoi mangiare il gelato al chiosco (e sembra più buono di quello tirato fuori dal freezer a casa).
Giocare a nascondino tra gli alberi. Sbirciare l'interazione trai nani e i loro pari-grado.
Scambiare due parole con altri genitori. Incontrare dei vecchi compagni di università (per stupirti della loro barba ingrigita). Lasciare che i nani si sfiniscano sui loro giochi preferiti e si bagnino tutti alla fontanella. Buttare un occhio distratto alle papere e alle tartarughe nello stagno.
Ma la mia attività preferita al parco è respirare l'atmosfera rilassata e giocosa,
e godermi lo spettacolo della varia umanità che lo anima.
I vecchietti in ciabatte che giocano a carte sul tavolo da pic nic di legno sputando e urlando tra di loro.
La sciuretta bene, bella abbronzata che porta a spasso un microcane griffato e i suoi molti brilli.
Gli innamorati pazzi "che vivono il più bello degli amori, gli occhi traboccanti" (cfr. Baglioni).
La famiglia di pachistani che bivacca su un plaid di 4 metri quadrati mangiando riso al curry per merenda.
I padroni dei cani che si incontrano e fanno benchmarking (il suo quanto ha? che razza è? come si chiama? No, Fufi, lascia stare Gastone!).
I padroni dei bambini che si incontrano e fanno benchmarking (il suo quanto ha? quanti denti ha? dorme la notte? No, JESSICA, non mordere BRAIAN !).
Giovani uomini che corrono a torso nudo, col pelo del petto sudato e intrecciato al cardiofrequenzimetro oregonscientific e alle cuffie dell'iPod.
Giovani donne culone che corrono in coppia con l'amica ansimando come suine senza smettere un secondo di spettegolare.
I ragazzini con l'orecchino al naso e le mutande che escono dai bermuda che si cimentano con lo skateboard.
Le ragazzine con i brufoli e le unghie multicolor che sbetonegano fitto fitto.
I nonni che danno da mangiare alle papere mentre i nipotini, approfittando della distrazione,
si mangiano i sassi.
E poi frotte di bambini di tutti i colori, di tutte le razze, di tutte le griffe, di tutte le età.
Mio figlio che dondola sul cestone con bambine di tre etnie diverse (e sta un pò lontano perché sono femmine, mica per altro).
Nel paese dove vivo tutta questa fauna in movimento non c'è.
Non esistono punti di aggregazione vivi, aperti, colorati, multiculturali.
E non c'è nemmeno un parco pubblico decente.
Oggi, però, al parco pubblico, mi ha colpito una nuova categoria umana.
Signorotti di una certa età, a spasso per il parco, in coppia (come i carabinieri), con la casacca blu e una vistosa scritta fluorescente, "Assistente Civico".
Ce ne erano parecchi, e avevano l'aria di divertirsi un mondo in missione per il parco.
Appena ho avuto Google sotto mano, ho scoperto che si tratta di una brillante trovata della giunta di destra per garantire la sicurezza dei cittadini.
Leggo, sul sito del Comune:
Si tratta di cittadini in pensione, per lo più precedentemente impiegati nelle forze dell’ordine e nei corpi di polizia che, su base volontaria, pattugliano e controllano le aree verdi.
La presenza degli Assistenti Civici è preordinata all’esercizio di una funzione di presidio, di deterrenza e di controllo che si concretizza nell’invito al rispetto delle norme che regolano la serena fruizione degli spazi pubblici, nella segnalazione di presunti illeciti e di situazioni di emergenza.
Attenzione, nonnini! Non barate alle carte: se se ne accorge l'Assistente Civico?
Bambino, c'ero prima io sullo scivolo, ora dico all'Assistente Civico, dopo ti meno.
Signora, il suo cane ha appena pisciato sulla mia Luis Vuitton. La denuncio all'Assistente Civico.
Quello lì ha l'aria sospetta. Si, quello nero che passeggia sul ponticello. Meglio fare una segnalazione all'Assistente Civico.
Hei piccione, hai rubato il biscotto che avevo portato per la paperella. Adesso ti faccio tirare il collo dall'Assistente Civico.
Dopo gli Ausiliari del TRAFFICO, l'Assistente Civico.
Il paladino dei bambini buoni (con permesso di soggiorno), delle anatre, e delle persone perbene che hanno votato a destra per essere "più sicure".
Sarà. Ma io al parco non ho mai avuto paura.
Sono altri i posti dove mi sento poco sicura, come in stazione e nel centro storico.
E, tra gli spacciatori e i mullah, preferirei vedere delle forze dell'ordine serie
più che un baldanzoso Assistente Civico.
più che un baldanzoso Assistente Civico.
Poi mi è balenata un'idea. E se si trattasse di una iniziativa per diminuire la depressione e il senso di inutilità dei poliziotti pensionati?
giovedì 26 agosto 2010
Esaurita
Il sole finalmente fuori dai piedi dietro alla montagna.
L'afa cala.
I nani finiscono di consumare le duracell allagando il bagno.
Fra pochi minuti li metteremo a ricaricare le batterie per qualche ora di riposo notturno
(sempre troppo poche!).
L'ultimo sforzo e poi inizia la mia giornata.
Se qualcuno mi raccoglie col cucchiaino e mi rovescia sul divano potrei anche guardarmi
una puntata di Californication da 45'.
Ma forse mi addormenterò alla sigla.
Ma forse sul più bello qualcuno mi sveglierà.
Forza, mi dico, per far fronte allo sfinimento, solo meno 11 giorni all'inizio della scuola.
Mi è sempre piaciuto l'inizio della scuola, ma quest'anno LO ADORO!
Quasi quasi per festeggiare mi compro un diario!
L'afa cala.
I nani finiscono di consumare le duracell allagando il bagno.
Fra pochi minuti li metteremo a ricaricare le batterie per qualche ora di riposo notturno
(sempre troppo poche!).
L'ultimo sforzo e poi inizia la mia giornata.
Se qualcuno mi raccoglie col cucchiaino e mi rovescia sul divano potrei anche guardarmi
una puntata di Californication da 45'.
Ma forse mi addormenterò alla sigla.
Ma forse sul più bello qualcuno mi sveglierà.
Forza, mi dico, per far fronte allo sfinimento, solo meno 11 giorni all'inizio della scuola.
Mi è sempre piaciuto l'inizio della scuola, ma quest'anno LO ADORO!
Quasi quasi per festeggiare mi compro un diario!
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